LSR
AnalisiMondo

Israele alle urne: Netanyahu minacciato da Eisenkot, l'Europa deve preparare il dopo voto

Gli israeliani eleggono martedì il loro Parlamento, per la prima volta dal 7 ottobre 2023, e i sondaggi danno in testa l'opposizione di Gadi Eisenkot senza una maggioranza chiara. Qualunque sia il risultato, la Francia e l'Europa dovranno mantenere una linea coerente sia sulla sicurezza di Israele sia sul diritto internazionale.

Traduzione di un articolo pubblicato originariamente in francese. Leggi in francese

Di La Rédaction LSRPubblicato il 26 ottobre 2026 alle ore 21:33· 4 min di lettura
Le bâtiment de la Knesset, le Parlement israélien, à Jérusalem.
Le bâtiment de la Knesset, le Parlement israélien, à Jérusalem. — Credito : Photo : James Emery, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons

Gli israeliani votano questo martedì 27 ottobre per rinnovare i 120 seggi della Knesset. È la prima elezione nazionale dall'attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e, secondo Euronews, gran parte dell'elettorato la vive come un giudizio su Benjamin Netanyahu. I risultati ufficiali sono attesi per il 4 novembre.

I fatti: un Paese stanco, un'opposizione in testa

Gli ultimi sondaggi, raccolti dal Jerusalem Post due giorni prima del voto, mettono in testa Yashar, il partito centrista fondato nel settembre 2025 da Gadi Eisenkot, ex capo di Stato maggiore dell'esercito. Otterrebbe in media 22 seggi, davanti al Likud di Benjamin Netanyahu (circa 20) e alla lista comune di Naftali Bennett e Yair Lapid (circa 14,5).

Ma nessuno schieramento raggiunge la maggioranza di 61 seggi. Secondo la stessa rilevazione, il blocco di opposizione otterrebbe in media 54 seggi, contro poco meno di 50 per la coalizione uscente. I partiti arabi, accreditati di circa 14,5 seggi, e alcune piccole liste vicine alla soglia del 3,25% potrebbero decidere l'esito. Lo scenario di uno stallo è quindi concreto. Come ricorda Euronews, se non si forma alcuna coalizione, Benjamin Netanyahu resta in carica alla guida di un governo provvisorio fino a nuove elezioni.

La campagna si chiude in un clima teso. Secondo Euronews, l'esercito israeliano ha ordinato la chiusura di tutti i valichi terrestri della Cisgiordania nel giorno del voto, dopo l'uccisione di due soldati israeliani da parte di uomini armati palestinesi vicino a Hebron. L'operazione militare che ne è seguita ha provocato lo sfollamento di numerose famiglie palestinesi: circa 250 secondo il sindaco della città, 150 secondo il governatore, come riporta L'Observatoire de l'Europe. Il governatore ha denunciato una "punizione collettiva", mentre l'esercito afferma di condurre un'operazione "mirata". Secondo Euronews, la ONG israeliana B'Tselem ha chiesto alla comunità internazionale di agire.

Le posizioni in campo

Il campo di Benjamin Netanyahu rivendica la sua fermezza nei confronti dell'Iran e di Hamas, e il primo ministro ha ribadito la sua opposizione a uno Stato palestinese. Per i suoi sostenitori, cambiare leader in piena guerra sarebbe un rischio. Il suo alleato di estrema destra Itamar Ben-Gvir chiede addirittura lo smantellamento dell'Autorità palestinese.

Gadi Eisenkot si presenta come un uomo di unità. Secondo il suo programma, Yashar vuole mantenere Israele uno Stato "ebraico e democratico", istituire un servizio nazionale per tutti e coinvolgere gli ultraortodossi e i cittadini arabi nello sforzo militare. Quest'ultimo punto conta: secondo Euronews, circa 13.000 giovani ultraortodossi compiono 18 anni ogni anno, e meno di uno su dieci si arruola.

Sulla guerra in sé, i due schieramenti differiscono meno di quanto si creda in Europa. Euronews osserva che la campagna ha parlato poco di Gaza, del Libano o dell'Iran, perché le operazioni militari godono di un ampio sostegno tra gli elettori ebrei. Il voto si gioca soprattutto sulla responsabilità del 7 ottobre, sulla leva degli ultraortodossi, sulla riforma della giustizia e sul costo della vita. Sempre secondo Euronews, il 68% degli elettori ebrei afferma che il proprio giudizio sul 7 ottobre è centrale nella sua scelta.

L'analisi: cosa può aspettarsi l'Europa e cosa deve pretendere

Per la Francia e l'Europa, sarebbe imprudente vedere in un'eventuale sconfitta di Benjamin Netanyahu la fine delle difficoltà. Un governo guidato da Gadi Eisenkot cambierebbe probabilmente tono, ma nulla nel suo programma pubblicato annuncia un rapido ritorno alla soluzione dei due Stati.

Questo non rende il voto indifferente. La democrazia israeliana ha mostrato, in questi anni, una società civile viva, capace di scendere in piazza in massa. Un'alternanza pacifica, dopo tre anni di guerra, sarebbe una buona notizia per tutti coloro che pensano che la sicurezza duratura non nasca solo dalla forza.

La Francia ha preso posizione. Nel settembre 2025 ha riconosciuto lo Stato di Palestina dalla tribuna dell'ONU, come ha riportato Public Sénat. Questa decisione impegna la nostra diplomazia: chiunque vinca, Parigi dovrà tenere lo stesso linguaggio. Il diritto di Israele a vivere in sicurezza è indiscutibile. Lo è altrettanto il diritto internazionale, anche in Cisgiordania, dove gli sfollamenti di popolazione e la violenza dei coloni non possono essere trattati come semplici incidenti di campagna elettorale.

L'Unione europea, primo partner commerciale di Israele, dispone di una leva con l'accordo di associazione, il cui articolo 2 fa del rispetto dei diritti umani un elemento essenziale. Come ha riportato Euronews, ha a lungo esitato a usarla, con gli Stati membri ancora divisi. Il dopo voto sarà l'occasione per fissare una linea chiara, né punitiva per principio né compiacente per abitudine.

Conclusione: parlare con una sola voce

La tradizione gollista ha sempre rifiutato di scegliere tra l'amicizia con Israele e la giustizia dovuta ai palestinesi. Riteneva che la Francia pesi solo se è coerente. Già dal giorno dopo il voto, qualunque sia il risultato, Parigi potrebbe proporre ai suoi partner europei una semplice dichiarazione comune: disponibilità a lavorare con il futuro governo e condizioni chiare sulla Cisgiordania, sull'accesso umanitario a Gaza e sulla ripresa di un orizzonte politico per i palestinesi.

Resta una domanda aperta: se le urne non decidono e Israele sprofonda in un nuovo stallo, l'Europa aspetterà un altro anno per definire la propria politica?

Articolo redatto con l'aiuto dell'intelligenza artificiale.

Partager

L'autore

La Rédaction LSR — La rédaction de LSR Media.