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Caro vita, atto III, il seguito: meno manifestanti, gli stessi scontri, l'esaurimento non è una risposta

Il ministero dell'Interno ha contato 320.000 manifestanti questo sabato, contro 410.000 una settimana prima, e la fine del corteo parigino è di nuovo degenerata a Porte de Charenton. Il calo della partecipazione non risolve nulla nel merito: senza un gesto sui salari prima del 5 novembre, la rabbia rischia di inasprirsi anziché spegnersi.

Traduzione di un articolo pubblicato originariamente in francese. Leggi in francese

Di La Rédaction LSRPubblicato il 31 ottobre 2026 alle ore 19:33· 5 min di lettura

Per il terzo sabato consecutivo, la mobilitazione contro il caro vita ha di nuovo riunito centinaia di migliaia di persone in Francia. Ma i numeri calano, e la fine del corteo di Parigi è stata ancora segnata da scontri. Già si contrappongono due letture: quella di un movimento che si esaurisce e quella di una rabbia che continua a non trovare risposta.

I fatti: partecipazione in calo, scontri a fine percorso

Secondo il ministero dell'Interno, citato dall'AFP e dall'HuffPost, 320.000 persone hanno manifestato in Francia sabato 31 ottobre, di cui 70.000 a Parigi. Il sabato precedente le autorità ne avevano contate 410.000, di cui 110.000 nella capitale. Le organizzazioni giovanili (Union étudiante, Fage, Unef, USL) rivendicano da parte loro quasi mezzo milione di partecipanti, di cui 200.000 a Parigi, contro circa 800.000 la settimana scorsa secondo i propri conteggi.

A Parigi il corteo ha seguito il percorso imposto dalla prefettura di polizia e convalidato nella notte dal Conseil d'État, lungo i boulevard des Maréchaux, da Porte de Bagnolet a Porte de Charenton. La sfilata si è svolta con calma per gran parte del pomeriggio. All'arrivo, però, sono scoppiati scontri. Secondo i giornalisti dell'AFP presenti sul posto, decine di persone mascherate e vestite di nero hanno divelto i sampietrini per lanciarli contro le forze dell'ordine, che hanno risposto con gas lacrimogeni e cariche. La prefettura di polizia ha denunciato:

un «nucleo duro di diverse centinaia di rivoltosi» — prefettura di polizia di Parigi

Ha inoltre segnalato lanci di oggetti, tra cui una molotov. In prima serata non era stato comunicato alcun bilancio nazionale dei fermi. Il dispositivo di sicurezza mobilitava 70.000 poliziotti e gendarmi, secondo il ministero dell'Interno, che questa settimana ricordava che 1.193 membri delle forze dell'ordine sono rimasti feriti dall'inizio delle mobilitazioni.

Le posizioni in campo

Per il governo e una parte della destra, la giornata conferma la strategia della fermezza. Il ministro dell'Interno, Laurent Nuñez, aveva promesso una risposta «ferma e repubblicana» ai facinorosi, secondo Entrevue. Al Senato, il senatore LR dell'Oise Olivier Paccaud ha difeso i percorsi lontani dai centri commerciali, sostenendo, come riferisce Public Sénat, che il tracciato non cambia nulla del messaggio dei manifestanti e che le forze dell'ordine sanno quali itinerari sono i più sicuri. L'argomento merita di essere ascoltato: dopo i saccheggi del 17 ottobre, proteggere i commercianti e gli agenti non è un capriccio autoritario, è un dovere dello Stato.

I sindacati e una parte della sinistra vi vedono invece un modo per logorare la mobilitazione. Il senatore socialista della Somme Rémi Cardon ha parlato, sempre secondo Public Sénat, di uno «scoraggiamento organizzato a venire a manifestare». Le organizzazioni giovanili chiamano ora a bloccare licei e università martedì 3 e giovedì 5 novembre, data in cui è stato annunciato anche uno sciopero intercategoriale.

Nel merito, il disaccordo riguarda i salari. Secondo Public Sénat, il governo starebbe valutando un aumento del salario minimo (SMIC) di circa lo 0,5% da dicembre, cioè circa 22 euro al mese, mentre i sindacati chiedono da 100 a 150 euro. Il ministro del Lavoro, Jean-Pierre Farandou, assicura che nulla è ancora deciso.

L'analisi: l'esaurimento non è la pacificazione

Sarebbe allettante per l'esecutivo leggere il calo della partecipazione come il segno che la crisi si sta chiudendo. Sarebbe un errore. Una mobilitazione che perde partecipanti da un sabato all'altro, mentre le sue rivendicazioni restano senza risposta, non sempre si spegne: può anche frammentarsi. I manifestanti pacifici, stanchi o scoraggiati, tornano a casa; quelli che restano sono talvolta i più determinati, e non sempre i più pacifici. Le immagini di Porte de Charenton illustrano questo rischio.

La tradizione gollista ha sempre tenuto insieme due esigenze: l'autorità dello Stato e la cura della coesione nazionale. L'ordine pubblico è la condizione della democrazia sociale, non il suo sostituto. Condannare senza riserve le violenze, come si deve, non esonera il governo dal rispondere alla domanda posta da centinaia di migliaia di francesi pacifici: come vivere dignitosamente del proprio lavoro quando i prezzi dei beni essenziali pesano così tanto?

Eppure il divario tra i 22 euro ventilati e i 100-150 euro richiesti non si colmerà con i comunicati della prefettura. Richiede una trattativa. La Francia ha saputo, in momenti di tensione paragonabili, riunire Stato, imprenditori e sindacati attorno allo stesso tavolo per uscire da una crisi verso l'alto. È il metodo che oggi manca.

Conclusione: una conferenza salariale prima del 5 novembre

Il governo dispone di qualche giorno prima dello sciopero del 5 novembre. Potrebbe usarli per convocare una conferenza salariale nazionale con un mandato chiaro: un aumento dello SMIC superiore al minimo di legge, l'apertura di trattative di settore sulle griglie retributive rimaste sotto il salario minimo e il condizionamento delle esenzioni contributive ad aumenti salariali effettivi. Sarebbe un gesto di giustizia sociale quanto un atto di responsabilità repubblicana.

La vera domanda, dunque, non è se il movimento si stia esaurendo, ma se lo Stato saprà parlare a chi è tornato a casa prima che smetta di credere di essere ascoltato.

Articolo redatto con l'aiuto dell'intelligenza artificiale.

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L'autore

La Rédaction LSR — La rédaction de LSR Media.