Caro vita, il seguito: la piazza si calma, Lione resta sotto coprifuoco, la risposta politica si fa attendere
Il ministero dell'Interno pubblica un bilancio della seconda giornata di protesta molto meno violento di quello del 17 ottobre, mentre la prefettura del Rodano proroga il coprifuoco sulla Presqu'île di Lione. A dieci giorni dallo sciopero del 5 novembre, i sindacati attendono ancora misure concrete sui salari.
Traduzione di un articolo pubblicato originariamente in francese. Leggi in francese
I fatti
Il bilancio ufficiale è arrivato domenica. Secondo il comunicato del ministero dell'Interno, la giornata di sabato 24 ottobre ha riunito 410 000 persone in 289 iniziative sulla pubblica via, di cui 110 000 a Parigi, contro 550 000 la settimana precedente. Questi dati provvisori raccontano soprattutto una de-escalation: 1314 fermi contro 2628 il 17 ottobre, 53 poliziotti e gendarmi feriti contro 1144, e 24 negozi saccheggiati mentre una settimana prima ne erano stati colpiti 1522.
Il ministero sfuma tuttavia il quadro. Indica che gruppi di «estrema sinistra radicale e di ultrasinistra» si sono formati in testa o ai margini della maggior parte dei cortei nelle grandi e medie città, con un livello di violenza paragonabile a quello del 17 ottobre, ma con tentativi generalmente sventati dall'intervento sistematico delle forze dell'ordine. Sono state aperte diverse indagini.
A Lione, la calma resta fragile. Secondo Lyon Capitale, il prefetto del Rodano, Étienne Guyot, ha prorogato per questa domenica sera un divieto di assembramento dalle 16 alle 23, seguito da un coprifuoco fino alle 6 di lunedì, su una parte della Presqu'île intorno a place Bellecour. Il 17 ottobre vi erano stati saccheggiati dei negozi e incendiato l'ufficio del turismo. Sabato, circa 10 000 persone hanno ancora sfilato nonostante il divieto prefettizio, prima di scontri a fine giornata, secondo la stessa testata.
Il seguito è già fissato. Il fronte intersindacale chiama a una giornata di sciopero e manifestazioni il 5 novembre, e la CGT invita i lavoratori a decidere in assemblea generale di generalizzare lo sciopero quel giorno.
Le posizioni in campo
Il governo difende una linea di fermezza. Già la sera del 17 ottobre, Sébastien Lecornu aveva attribuito le violenze a gruppi di ultrasinistra, affiancati da saccheggiatori, e confermato il proseguimento del testo detto «casseurs-payeurs» (chi rompe paga), come riferiva LCP.
Nessuno imporrà la propria agenda politica con la violenza. — Sébastien Lecornu
Questo argomento merita di essere preso sul serio. Il bilancio del 24 ottobre mostra che una gestione dell'ordine pubblico meglio preparata ha protetto al tempo stesso i manifestanti pacifici, i commercianti e le forze dell'ordine. Uno Stato che lascia saccheggiare i propri centri cittadini perde la fiducia di chi manifesta come di chi non partecipa.
I sindacati, dal canto loro, ritengono che manchi la risposta sociale. Ricevuti a Matignon il 21 ottobre, ne sono usciti delusi, secondo Public Sénat: Sophie Binet, per la CGT, ha lamentato l'assenza di misure concrete, Marylise Léon, per la CFDT, ha chiesto risposte sui salari e sulle retribuzioni dei dipendenti pubblici prima del 5 novembre, mentre la CFTC notava una porta socchiusa sul salario minimo (Smic). La CGT chiede in particolare un aumento del 10 % del salario minimo e l'indicizzazione dei salari ai prezzi.
Alla sinistra della sinistra, Jean-Luc Mélenchon ha inasprito i toni in un'intervista a Mediapart, pubblicata domenica e riprodotta sul suo sito. Vi respinge la guerriglia urbana e difende la non violenza, «per essere più efficaci», ma denuncia una repressione che giudica sproporzionata. A suo avviso, il potere non avrebbe ormai altra scelta che accettare le rivendicazioni o andarsene. Evoca una mozione di sfiducia se il bilancio non le includerà e sostiene il blocco dei prezzi, l'abolizione di Parcoursup e una Sesta Repubblica.
L'analisi
Occorre innanzitutto salutare il calo della violenza. Lo si deve in larga parte al lavoro delle forze dell'ordine, ma anche alla stragrande maggioranza dei manifestanti che hanno sfilato con calma, e l'appello alla non violenza lanciato dal leader della France insoumise va nella giusta direzione.
Tuttavia, l'ordine pubblico non risolve la questione sociale. Un calo della partecipazione non è un calo del malcontento: 410 000 persone in piazza per il secondo sabato consecutivo sono un segnale che l'esecutivo non può trattare come un semplice problema di ordine pubblico. Il coprifuoco di Lione, prorogato sera dopo sera, illustra questo vicolo cieco. Una misura eccezionale si giustifica quando il pericolo è accertato; non può diventare il modo ordinario di gestire una rabbia le cui cause, salari, prezzi, futuro dei giovani, sono note.
La tradizione gollista e chiracchiana ha sempre legato l'autorità dello Stato alla sua capacità di ascolto. Uno Stato forte tiene la piazza e apre il tavolo dei negoziati nello stesso movimento. Al contrario, l'ultimatum «accettare o andarsene» non è un metodo democratico: in una Repubblica parlamentare, l'uscita dalla crisi passa per il compromesso, non per la piazza contro le istituzioni.
Il governo dispone ancora di dieci giorni. Le piste indicate dagli stessi sindacati, salario minimo, retribuzioni dei dipendenti pubblici, ruolo delle organizzazioni giovanili nella concertazione, offrono una base di discussione realistica che non impone di rinunciare al rigore di bilancio.
Conclusione
Anziché attendere il 5 novembre, l'esecutivo farebbe bene a convocare senza indugio una conferenza sui salari, con un calendario e impegni quantificati, coinvolgendo le organizzazioni studentesche delle scuole superiori e delle università. E a revocare il coprifuoco di Lione non appena la situazione lo consentirà. La domanda è semplice: il potere vuole soltanto spegnere l'incendio, o affrontarne le cause?
Articolo redatto con l'aiuto dell'intelligenza artificiale.
L'autore
La Rédaction LSR — La rédaction de LSR Media.
