COP17 di Erevan: quattordici decisioni adottate, il finanziamento della natura resta da trovare
A metà della conferenza dell'ONU sulla biodiversità, le delegazioni hanno adottato le prime decisioni ma restano bloccate sul denaro e sulla condivisione dei benefici. La Francia sostiene l'accelerazione e l'allargamento dei contributori, ma lei e l'Europa devono ancora dare l'esempio.
Traduzione di un articolo pubblicato originariamente in francese. Leggi in francese
A metà della COP17 sulla biodiversità, che si tiene a Erevan, in Armenia, fino al 30 ottobre, le delegazioni hanno chiuso una prima settimana diligente ma prudente. Restano i temi che dividono, a cominciare dal denaro.
I fatti: quattordici decisioni, e l'essenziale ancora da fare
Secondo il quotidiano nigeriano Premium Times, che questo sabato traccia il bilancio della prima settimana, i delegati hanno adottato quattordici decisioni nell'ambito della Convenzione sulla diversità biologica e dei suoi protocolli di Cartagena e di Nagoya. Riguardano, tra l'altro, la biosicurezza, le specie invasive, la parità tra donne e uomini e il monitoraggio degli impegni. La segretaria esecutiva della Convenzione, Astrid Schomaker, vi vede un progresso reale, pur avvertendo che il più difficile deve ancora venire.
Alcune delle questioni più complesse sono ancora davanti a noi — Astrid Schomaker, citata da Premium Times
Queste questioni sono note. La COP17 deve redigere il primo bilancio mondiale del quadro di Kunming-Montréal, adottato alla fine del 2022, che fissa 23 obiettivi per il 2030, tra cui la protezione del 30 % delle terre e dei mari. Il verdetto è severo. Secondo la sintesi del segretariato riportata dalla testata Vert, sulla base di 129 rapporti nazionali, un solo obiettivo, quello che mira a limitare gli effetti del cambiamento climatico sulla biodiversità, sembra sulla buona strada. Quanto alle aree protette, un rapporto di ONG citato da Vert stima che gli impegni attuali, anche se rispettati, porterebbero a proteggere il 27 % delle terre e il 12 % dei mari nel 2030.
Il nodo del finanziamento
Nel 2022 la comunità internazionale si è impegnata a mobilitare 200 miliardi di dollari l'anno entro il 2030, di cui 30 miliardi di trasferimenti dai paesi sviluppati verso quelli in via di sviluppo. La tappa intermedia di 20 miliardi nel 2025 probabilmente non sarebbe stata raggiunta, secondo il segretariato citato da Vert. Il Fondo di Cali, creato nel 2024 perché le imprese che sfruttano i dati genetici provenienti dalla natura ne restituiscano una parte, avrebbe ricevuto solo poche migliaia di dollari di contributi volontari, lontanissimo dal miliardo annuo sperato, sempre secondo Vert.
Di contro, i flussi che danneggiano la natura restano enormi. I sussidi considerati dannosi, tra cui quelli ai combustibili fossili, sono stimati in 2.600 miliardi di dollari l'anno, secondo le cifre riprese da France 24, mentre il quadro prevede di ridurli di almeno 500 miliardi l'anno. Il Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente stima, secondo L'Économiste maghrébin, che circa 30 dollari sostengano il degrado degli ecosistemi per ogni dollaro dedicato alla loro protezione.
Le posizioni in campo
I paesi sviluppati rifiutano la creazione di un nuovo fondo, che a loro dire rischierebbe di frammentare una finanza mondiale per la biodiversità già dispersa, riferisce Vert. Preferiscono, secondo Carbon Brief, mantenere il meccanismo esistente gestito dal Fondo mondiale per l'ambiente. In un contesto di bilanci stretti, l'argomento dell'efficienza non è assurdo.
La Russia, secondo Premium Times, chiede di separare la cooperazione ambientale dalla geopolitica, difende una condivisione volontaria dei benefici tratti dalle risorse genetiche e si oppone a qualsiasi nuova struttura ritenuta ridondante. Rifiuterebbe inoltre di aggiungere obblighi climatici alle decisioni sulla biodiversità, secondo Joseph Onoja, direttore della Nigerian Conservation Foundation.
I paesi africani, dal canto loro, chiedono finanziamenti prevedibili e un'equa condivisione dei benefici. A loro avviso, la ricchezza biologica dei loro territori avvantaggia industrie lontane senza tornare alle comunità d'origine. Il dibattito riguarda anche l'elenco dei paesi contributori, stabilito nel 2006, che non include né la Cina, né l'India, né i paesi del Golfo, come rileva France 24.
L'analisi: la Francia ha una linea, ora servono i fatti
Sulla carta, la posizione francese è chiara. Il ministero dell'Europa e degli Affari esteri chiede un'accelerazione dell'attuazione, più finanziamenti con il coinvolgimento del settore privato e un allargamento del numero di paesi contributori. Ricorda che il deficit annuo di finanziamento della biodiversità è stimato in 700 miliardi di dollari e che circa il 70 % delle specie coltivate in Francia dipende dall'impollinazione animale. La biodiversità è la nostra agricoltura e la nostra alimentazione.
Questa linea è giusta e si inserisce in una tradizione francese di multilateralismo che sarebbe un errore abbandonare proprio mentre gli Stati Uniti, che non hanno mai ratificato la Convenzione, restano fuori dal gioco. Ma la credibilità di una diplomazia si misura dalla sua coerenza. Chiedere alle grandi economie emergenti di contribuire presuppone che i paesi europei mantengano le proprie promesse di solidarietà. Battersi per la fine dei sussidi dannosi significa cominciare da casa propria, senza far ricadere lo sforzo solo sugli agricoltori, che hanno bisogno di essere accompagnati piuttosto che additati.
Il Fondo di Cali illustra il problema. Un meccanismo basato soltanto sulla volontarietà delle imprese non produce, per ora, quasi nulla. Il diritto internazionale avanza con regole comuni, non con pii desideri.
Conclusione: una settimana per chiudere la partita
La seconda settimana di Erevan dirà se la COP17 si limiterà a invitare i paesi a rafforzare i loro sforzi, cosa che Juliette Landry, dell'Iddri, giudicava insufficiente su Vert, o se fisserà priorità e mezzi. La Francia e l'Unione europea potrebbero proporre un compromesso: rendere obbligatorio un contributo minimo delle imprese che utilizzano risorse genetiche, in cambio di un reale allargamento della base dei paesi donatori. Altrimenti resterà aperta una domanda: a che servono obiettivi per il 2030 che nessuno si dà i mezzi di raggiungere?
Articolo redatto con l'aiuto dell'intelligenza artificiale.
L'autore
La Rédaction LSR — La rédaction de LSR Media.
