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Tassa sul gigabyte approvata per un voto: tassare i giganti digitali merita più di un emiciclo vuoto

Venerdì 30 ottobre l'Assemblea nazionale ha approvato, contro il parere del governo, un emendamento socialista che tasserebbe ogni gigabyte inviato dai fornitori di contenuti agli abbonati francesi. L'obiettivo di giustizia fiscale è legittimo, ma lo strumento scelto e le condizioni del voto sollevano seri interrogativi.

Traduzione di un articolo pubblicato originariamente in francese. Leggi in francese

Di La Rédaction LSRPubblicato il 31 ottobre 2026 alle ore 03:28· 4 min di lettura
Boîtier de vote électronique sur un banc de l'hémicycle de l'Assemblée nationale, au Palais Bourbon, à Paris.
Boîtier de vote électronique sur un banc de l'hémicycle de l'Assemblée nationale, au Palais Bourbon, à Paris. — Credito : Photo : Baidax, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

I fatti

Il voto si è deciso per un solo voto. Secondo il resoconto ufficiale dell'Assemblea nazionale, l'emendamento n. 1358 al disegno di legge di bilancio per il 2027, presentato dal deputato socialista Laurent Lhardit, è stato approvato venerdì 30 ottobre con 11 voti contro 10, con 35 votanti e 21 voti espressi. Un testo identico era stato respinto in commissione finanze il 9 ottobre, ricorda il sito Télé Satellite et Numérique.

Il dispositivo crea una tassa sui produttori di dati digitali. Secondo il testo dell'emendamento, illustrato da PolitiqueMatin e Next, ammonterebbe a 0,055 euro per gigabyte trasmesso agli abbonati dei fornitori di accesso a Internet in Francia. Sarebbe dovuta dall'impresa che emette i dati, e non dall'operatore, con un tetto pari al 15 % del fatturato realizzato in Francia o al 2 % del fatturato mondiale. Gli operatori misurerebbero i volumi e li trasmetterebbero all'amministrazione fiscale, sotto il controllo dell'Arcep. Le modalità tecniche sarebbero rinviate a un decreto.

I socialisti se ne attendono circa 10 miliardi di euro all'anno. La relazione illustrativa, citata da Télé Satellite et Numérique, nomina Google, Meta, Amazon, Netflix e Akamai, che insieme rappresenterebbero quasi la metà del traffico misurato dall'Arcep.

Le posizioni in campo

In aula, Laurent Lhardit ha difeso una misura che peserebbe anzitutto sui giganti digitali mondiali, in nome dell'equità verso le attività commerciali radicate in Francia. L'ha definita così, secondo il resoconto:

tecnicamente, giuridicamente e fiscalmente solida — Laurent Lhardit, deputato PS

Assicura che rispetterebbe la neutralità della rete, poiché si basa su un volume misurato all'ingresso delle reti, e ne ha stimato il costo per il gruppo TF1 tra 200.000 e 300.000 euro.

Il relatore generale del bilancio, Philippe Juvin, ha espresso parere contrario: teme che le grandi piattaforme, in posizione di forza sul proprio mercato, scarichino l'onere sugli inserzionisti. Anche il ministro dei Conti pubblici, David Amiel, si è opposto. Ritiene che il dispositivo richiederebbe sensori di flusso, o una misurazione a livello dei singoli terminali, e che metà del gettito atteso, circa 5 miliardi di euro, colpirebbe fornitori più piccoli, in particolare francesi. Ha ricordato che esistono già strumenti, come la tassa sui servizi digitali e il diritto della concorrenza, citando la multa di 4,1 miliardi di euro inflitta a Google dalla Commissione europea.

Nella stampa specializzata prevale il timore di un trasferimento del costo sugli abbonati. Clubic giudica possibile un aumento dei prezzi, ma non automatico, poiché le piattaforme potrebbero anche ridurre i propri margini. Télé Satellite et Numérique, sulla base di una propria simulazione, stima che una famiglia di quattro persone grande consumatrice di video potrebbe rappresentare diverse centinaia di euro di tassa all'anno, e osserva che il testo non precisa come si combinino i due tetti.

L'analisi

Il punto di partenza è giusto. Le grandi piattaforme traggono una parte considerevole del loro valore dal mercato francese, pur dichiarando la maggior parte dei loro utili altrove, e sollecitano fortemente reti finanziate da altri. Chiedere un contributo a chi trae maggior beneficio da questo bene comune è giustizia fiscale nella sua forma più classica. La Francia ha già saputo innovare in materia: Jacques Chirac fece approvare nel 2006 il contributo di solidarietà sui biglietti aerei, diventato un modello internazionale.

Ma una buona causa non fa una buona imposta. Tassare il volume anziché il valore significa colpire il servizio pubblico audiovisivo, le piattaforme francesi, gli editori di videogiochi o gli usi educativi alla stessa stregua degli attori dominanti. Se la stima del ministro si rivelasse esatta, metà dell'onere non riguarderebbe i giganti. E se la tassa venisse trasferita sui prezzi, come temono diversi osservatori, diventerebbe di fatto un'imposta sui consumi, più pesante per le famiglie numerose e i nuclei a basso reddito, per i quali lo streaming è spesso uno svago essenziale. Sarebbe l'opposto dell'obiettivo dichiarato.

Resta la questione democratica. Secondo Next, solo 35 deputati hanno preso parte al voto. L'AFP descrive una seduta molto poco frequentata e dibattiti frammentari. Che una misura annunciata a 10 miliardi di euro venga approvata con 11 voti contro 10, contro il parere del relatore generale e del governo, non fa onore al Parlamento, qualunque sia lo schieramento che prevale. Il testo, del resto, non è definitivo: deve ancora superare il voto sulla prima parte, poi il Senato, a maggioranza di destra, dove la sua approvazione appare poco probabile secondo Next. L'AFP ritiene persino probabile una bocciatura complessiva del testo, e il governo potrebbe ricorrere al 49.3 senza mantenere questo emendamento.

Conclusione

Sarebbe un peccato se la legittima critica allo strumento finisse per affossare l'obiettivo. La Francia dispone già di una tassa sui servizi digitali, e l'Unione europea ha dimostrato di saper sanzionare gli abusi delle grandi piattaforme. La strada più solida passa da lì: un'imposta basata sul valore realizzato in Francia, portata se possibile a livello europeo per non esporre il nostro Paese da solo a ritorsioni commerciali, piuttosto che una tassa sul volume approvata in un emiciclo deserto. La domanda posta ai gruppi parlamentari è dunque semplice: cercheranno di trasformare questo voto di un venerdì in una riforma duratura e giusta, o si accontenteranno di un simbolo?

Articolo redatto con l'aiuto dell'intelligenza artificiale.

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L'autore

La Rédaction LSR — La rédaction de LSR Media.